Ma davvero stiamo pagando più del dovuto per la gestione dei rifiuti?
A fine luglio una sentenza della Corte Costituzionale ha stabilito che la TARSU – la tassa applicata ancora dalla stragrande maggioranza dei Comuni – e la TIA – la “nuova” tariffa che sostituisce la tassa e che è applicata in circa 1.350 comuni italiani di cui 5 in provincia di Pavia – hanno la stessa natura tributaria: quindi non possono essere gravate dall’IVA.
Ne parliamo con Umberto Montagna – contitolare di Sfera Srl, società di consulenza per la Pubblica Amministrazione e che da anni si occupa di applicazione della TIA: allora abbiamo pagato tutti più del dovuto?
Occorre fare chiarezza: stiamo parlando solo della TIA e non anche della TARSU (come purtroppo ho letto frequentemente) perché su quest’ultima non è mai stata applicata l’IVA e, quindi, il consumatore, in questo caso, non ha nulla da rivendicare. Inutile quindi presentare ricorsi e altro.
Quindi la cosa interessa quante persone?
Ad oggi in Italia circa 16 milioni di abitanti pagano la TIA, ma il problema riguarda potenzialmente tutti, perché la TIA è destinata – una volta o l’altra – ad interessare tutti i Comuni e, quindi, se non si fa chiarezza il problema diventa devastante.
Facciamola allora chiarezza…
Primo: la Corte costituzionale ha emanato una sentenza e, senza dilungarci nel formalismi di legge, perché i gestori possano “togliere” l’IVA occorre che un provvedimento legislativo istituisca la TIA come “tributo” (questo prevede la nostra Costituzione), fino ad allora valgono le deliberazioni dell’Agenzia delle Entrate che hanno più volte chiarito che sulla TIA va applicata l’IVA del 10%. In sostanza una eliminazione tout court dell’IVA farebbe incorrere i gestori nel reato di danno erariale.
Mi faccia capire meglio
Facciamo un esempio concreto: l’azienda che applica la TIA, incassa l’IVA e la riversa all’erario, che annualmente incassa con questa entrata circa 200 milioni di euro: difficile che ci rinunci a cuor leggero…
Quindi inutile chiedere rimborsi
Il problema non è questo, ma il destinatario: è evidente che il ricorso non posso che presentarlo a chi mi ha emesso la fattura, ma è altrettanto evidente che, trattandosi di una sentenza e non di un errore del gestore, quest’ultimo dovrà ricevere dallo Stato l’IVA che ha versato per poterla restituire: il Governo, per bocca di due sottosegretari, ha chiarito una settimana fa che sta valutando la situazione per stabilire modi e tempi per eventuali rimborsi. La mobilitazione dei consumatori serve a sollecitare una decisione –cosa che tutti, anche i gestori, auspicano sia chiara e soprattutto in tempi brevi -, ma non possono dare immediatamente l’effetto della restituzione.
In sostanza per pagare meno dovremo attendere nuove disposizioni?
E questo è il secondo problema: per l’eventuale restituzione bisogna attendere quei provvedimenti che ricordavo e per vedere eliminata l’IVA occorre una legge che istituisca il tributo TIA, ma anche se così fosse – e non è detto perché sono in corso integrazioni legislative al “Codice dell’Ambiente” che, peraltro, definisce una nuova “tariffa” (praticamente identica alla attuale TIA) come “corrispettivo” e, quindi, non tributo e soggetto a IVA – non ci dobbiamo aspettare riduzioni.
Mi sta dicendo che c’è l’inganno?
No, assolutamente, tutto è trasparente, ma, forse, non conosciuto nermmeno da chi promuove i ricorsi.
Cerco di essere chiaro: la TIA copre dei costi che vengono rilevati attraverso un “piano finanziario” approvato annualmente dai Comuni.
I costi inseriti sono all’imponibile, cioè, anche quando il gestore paga l’IVA per forniture ed acquisti, questa aliquota viene scorporata; sugli importi tariffari emessi – e che nel totale imponibile devono corrispondere al totale del piano finanziario – viene poi applicata l’IVA del 10%.
Nel caso del ”tributo” – ed è ciò che avviene per i calcoli della TARSU – i costi sono invece conteggiati al lordo dell’IVA che diventa un costo per il gestore: in sostanza non può “detrarla”.
Quindi, nella migliore delle ipotesi, a parità di imponibile dei costi il risultato tariffario sarebbe lo stesso: 100 euro imponibili di costi equivalgono a 100 euro più IVA in caso di tariffa e a 110 euro senza IVA in caso di tassa.
Perché dice nel migliore dei casi?
Perché l’IVA pagata dal gestore non è esclusivamente del 10% – come nel caso dello smaltimento -, ma a volte anche del 20% e, quindi, il costo “lordo” non sempre è imponibile più 10%.
Anzi un monitoraggio effettuato a livello nazionale ha evidenziato che la media è circa il 14%: quindi il passaggio a tributo potrebbe comportare un aumento secco del 4% rispetto ad oggi.
In più oggi le utenze non domestiche “scaricano” l’IVA pagata, mentre con il passaggio a tibuto sopporterebbero il costo di quel 10%.
Mi sta dicendo che siamo destinati a pagare sempre di più?
Forse varrebbe più la pena di concentrarsi sui costi reali del servizio, sulla raccolta differenziata e su una maggiore equità nel pagamento che, va ricordato, nel caso della TIA si basa sul principio di chi più inquina più paga, rapportando le tafiffe anche al numero delle persone che occupano i locali e non solo alla superficie.
Quello che eviterei assolutamente è il non pagare in toto le fatture emesse in attesa di restituzione dell’IVA perché il solo risultato sarebbe l’addebito di interessi…

