Febbraio 20, 2008...1:47 pm

Cartucce esauste e paradossi legislativi

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di Lorenzo Pezzato*

A volte si fa difficoltà a comprendere determinati meccanismi della legge, che appaiono come perversi intrecci di ragionamenti, spirali di insensatezza tecnica e giuridica che non lasciano scampo.

Un esempio palese e paradossale riguarda degli oggetti di uso talmente comune ed intensivo da essere entrati nella top-ten delle pertinenze del quotidiano: le cartucce per le stampanti.

Le cartucce per stampanti laser contengono un inchiostro in polvere chiamato toner, una miscela di scaglie di ferro che lo rendono sensibile all’attrazione magnetica, scaglie di plastica che fondendosi (ed è questo il motivo per cui i fogli escono caldi dalla stampante) lo fissano sulla carta, ed infine pigmenti di varia natura utilizzati per dargli il colore.

Naturalmente più le particelle sono piccole e sferiche, maggiore sarà la resa in termini di definizione.

Queste caratteristiche rendono il toner una sostanza potenzialmente pericolosa se inalata, ingerita o fatta venire a contatto con gli occhi od altre parti delicate del corpo. Essendo altamente volatile è altrettanto pericolosa se dispersa nell’ambiente.

Per il resto una cartuccia laser è costituita da alluminio (il tamburo fotosensibile), ferro (viti, perni, etc.), rame (i contatti elettrici) e vari tipi di plastica (il “guscio”, gli ingranaggi, etc.), tutti materiali riciclabili praticamente al 100%.

Quando in ufficio consumiamo una cartuccia (quindi esauriamo il toner che c’era al suo interno) e la sostituiamo, quella cartuccia cambia il suo status oggettivo, diventando di fatto un rifiuto. Non è questa la sede appropriata per dilungarsi in illustrazioni dei percorsi normativi per cui questo accade, basti sapere che così accade oggi.

Ne risulta che le aziende che si occupano di trasporto, trattamento o rigenerazione (ricarica) di cartucce esaurite debbano essere considerate a tutti gli effetti aziende che si occupano di gestione rifiuti speciali, con gli oneri che ciò comporta e di cui vale la pena dare un breve elenco: costosissime autorizzazioni per il sito in cui le cartucce vengono stoccate o rigenerate, autorizzazioni per emettere in atmosfera l’aria proveniente dagli impianti utilizzati per la captazione delle polveri, visite mediche specifiche per il personale, autorizzazioni per poter trasportare le cartucce stesse, perizie tecniche sui mezzi utilizzati per il trasporto, polizze a copertura di eventuali danni ambientali e fideiussioni bancarie.

E stiamo parlando di cartucce vuote, che però –ed è vero- conservano all’interno tracce di toner, anche se per la verità sempre meno da quando l’economia ha tirato il freno a mano e i clienti cercano di risparmiare su tutto, anche cercando di consumare gli ultimi granelli di polvere.

Qualcosa evidentemente non quadra.

Se la potenziale pericolosità dell’oggetto-cartuccia risiede completamente nella polvere di toner, allora perché non dovrebbero essere soggetti alle stesse normative anche gli ipermercati che nei magazzini ne conservano a migliaia, per di più al massimo della carica? E se un tir che ne trasporta quindici bancali di piene si rovescia in autostrada disperdendo il carico ed inquinando la zona, perché non doveva viaggiare munito delle stesse autorizzazioni che vengono richieste a chi ne trasporta quindi bancali di vuote?

È chiaro che una cartuccia piena ha un potenziale inquinante maggiore di una vuota ma con qualche residuo, lo capirebbe chiunque.

La definizione di rifiuto è: “qualunque sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi, voglia od abbia l’obbligo di disfarsi”. Una persona che entra in un negozio ed acquista per il proprio ufficio delle cartucce nuove e piene, evidentemente non compie alcuna delle azioni sopra menzionate, perciò può andarsene in giro allegramente per la città con etti di toner sul sedile del passeggero, senza che –potenza della normativa- questo sia considerato un rifiuto speciale come quando quelle stesse cartucce saranno esaurite.

 

* 35 anni, veneziano di origine ma trevigiano di adozione,  si occupa dal 1997 di tematiche ambientali e di gestione di aziende inserite nel circuito del riciclaggio dei rifiuti.  Presidente di Assoritech – associazione nazionale degli operatori del riutilizzo, Direttore della rivista Il Rigeneratore Italiano.  Pubblicista per diverse testate a carattere culturale e tecnico.

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